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domenica, 07 gennaio 2007


“Quanto tempo è trascorso dall'ultima volta che ti sei inginocchiata?”   

“Non molto, Padrone.”

“E ti sei comportata bene vero? In così breve tempo.”

“Mi hai vista, sono sempre stata con Te, mi sono dedicata a Te. A noi. Sempre, dopo il lavoro.”

“Sempre?”

“Sempre, anche con il pensiero.”

“Vuoi dire che non ti sei mai toccata da sola?”

“Sì..., ma…   

Ma cosa?

“Questo non conta. Non conta vero Padrone?”

“Dimmelo tu, conta?”

“No. Padrone…

Padrone cosa?

“Ero sola, con i miei pensieri...”

“Ah… Quindi ti sei fatta aiutare.”

“…aiutare…?”

“Aiutare. Come lo hai fatto?”

“Mi sono masturbata immaginando quello che mi piace.”

“Quello che ti piace? Prona e sottomessa, quindi. E accanendoti con le dita in quanti modi ti sei torturata? A quanti ti sei data?”

“Mi sono… data?”

“Data! Dove lo hai fatto?”

“Qui. Ero qui in camera da letto. Sul pavimento.”

“Sul pavimento? Come? Fa vedere.”

 

“… ecco.”

 

Cagna!

 

Silenzio.

La mia voce assume un tono umile, soggiogato, tace sempre più a lungo. Mi tieni in ginocchio davanti a Te e mi leghi i polsi alle caviglie. Il suono ridondante dei moschettoni e l’odore delle cinghie dicono quanto la mia posa sia onerosa da tenere. Insostenibile. Sempre la stessa.

La mia voce si perde in sussurrati Padrone…, nelle sensazioni che mi doni. Il mio corpo si trasforma in pura percezione, esiste solo dove Tu mi sfiori. Mi tocchi. Mi colpisci. Io non vivo oltre, se non in quel momento dove più Ti sento. Per questo non rispondo anche se mi chiedi, più volte, mi esorti e mi scuoti, “cagna soffri?”.

Esce fuori solo un lamento ambiguo. Languido. Tra il sì e il no. Soffro ma non sono capace di smettere, “ti prego continua”, questo penso, senza lasciare andare un fiato.

Lontana da me stessa, non sono più io, eppure non sono mai stata così viva. È più forte di me ed è la mia voce la prima che si incrina, a dimostrare quanto il richiamo sia forte.

Il piacere che provo inginocchiandomi a Te è qualcosa di mai conosciuto prima.

Non so nemmeno cosa mi passi per la mente, sono solo pronta ad assecondare ogni Tua voglia. Conta solo il presente.

In ginocchio, a terra, con il capo abbassato, mi divarichi la bocca e la riempi con del legno asciutto. Una palla che mi schiaccia la lingua e mi fa rabbrividire, lungo tutto il corpo. Comincio a sbavare e a gemere.

Cagna!

Soggiaccio subito.

La desidero la Tua imposizione, non voglio altro.

La mia voce è muta, nega qualunque protesta, quella del mio corpo che non sopporta più la posizione. Sono scossa. Non ce la faccio. Gli arti sono troppo stanchi, indolenziti. Mi lamento eppure resisto, mi incanta ogni filo di bava che esce e pende dalle mie labbra. Mi incanta come una collana che si sfilaccia goccia a goccia e cade a terra, spersa in indistinte perle.

Mi incanta e mi tiene ferma, scomoda, con i muscoli protesi e nervosi. Febbrili. Resto piegata in ginocchio e mi guardo, sbavo, anche mentre mi setaccio ogni anfratto. La mia bocca geme, mormora. La mia lingua si dibatte tra i denti, tra le labbra, deliziando Te e deliziando me. Mi carezzi senza sosta. Poi, poi mi copri gli occhi, una mascherina mi circoscrive la mente nel nero dei pensieri, tra i Tuoi movimenti che sibilano alle mie spalle. Ogni rumore diventa prezioso, è la mia stessa pelle che osserva, e “cagna…”, risento le Tue parole. Ti prendi la mia carne che separa l’ano dalla fica, “oh”.

La Tua lingua mi sfiora a stento, clandestina, vellica ma non affonda. Mi esaspera.

Ohh

Sbavo, presso ancora, di più, le braccia sotto, tra le gambe, il dolore ora ha perso il suo contorno.

Spingo indietro e ogni mio buco si dilata, si dischiude, implora le Tue labbra. “Gabriel”, vorrei gridare il Tuo nome, ma cola solo altra saliva. Sul mento e nelle narici. Continuo a sbavare. Inspiro il mio odore. Mi sento scivolare nei miei stessi fluidi, sono una cagna, una troia in calore. Aspetto la Tua lingua che inesorabilmente non arriva, scegli invece un vibratore e lo stacco sensoriale è netto, freddo, gelido. Mi contraggo, il dolore si acutizza di nuovo, le braccia sono troppo allungate, i seni troppo schiacciati. “Gabriel…”, imploro senza dire una parola, non sopporto più il peso delle mie ginocchia ripiegate a squadra.

Il culo, che vuoi alto e non sui talloni, mi affatica ulteriormente. I capezzoli continuano sfregare, senza tregua. Nel momento in cui ne cerchi uno, registro il fuoco che lo attornia. Tu tiri e rigiri.

Affiorano le lacrime, ancora sospese. Tu tiri e rigiri, il capezzolo e l’oggetto che mi divarica estraneo, e io sono come una corda tesa tra gli estremi. Pervasa. Espansa.

Costringi le mie mani, pigiate sotto il corpo, a sostenere l’oggetto dentro. Il feticcio. Mi comandi. Mi incurvi. Mi esponi. Mi sento inerme. Mi carezzi gelido la schiena con una catena, rabbrividisco lungo i fianchi. Mi chiudo maggiormente su me stessa, sono una cagna a cuccia.

“Voglio farti il culo”, il tono greve della Tua voce rompe il silenzio. Nemmeno un gemito mi esce. Non me ne dai il tempo.

Soffoco, me ne convinco quasi, quando la Tua mano si abbatte percuotendomi fin dentro l’anima, sulla pelle ancora fredda. Indecente, puerile, guaisco e mi dimeno per la tensione salita all’improvviso. L’adrenalina pulsa, stancandomi ulteriormente, senza che davvero possa muovermi. Non mi sculacci, mi percuoti. Da un lato all’altro, come una fiera, veloce, crudele, preciso. Non per molto però, la Tua mano è dura, è pesante. Divampano  ancora le fiamme sulla carne, quando mi attiri dolcemente per la testa e, slacciando la gag, ritto davanti a me, davanti alla mia bocca, il Tuo cazzo entra. Fruga. Mi riempie.

Mi riempie di Te, Padrone, vuoi che la Tua cagna continui a sbavare.

 

 

 

 

 

 

 

postato da: xrosemaryx alle ore 10:56 | link | commenti (21)
categorie: tua , schiava
mercoledì, 06 dicembre 2006



Sospiri. Il problema è che ho un disturbo della personalità, in base al quale non posso fare a meno di sentirmi appagata se non quando faccio la troia, facendo soffrire me stessa e forse, le persone che mi circondano.

“Dimmi cosa hai fatto”, la Tua voce cerca di scoprire ma mi aggredisce. Sei incazzato. Io sono preoccupata e tesa. Impossibilitata a svelarmi come vorrei.

“Vorrei che mi accettassi per quella che sono”, Ti dico, “perché sai, vorrei capire anch’io perché sono fatta così, perché?” ed è la stessa domanda che mi tiene sveglia la notte.

Ti racconto dell’ultima settima, un periodo per me interminabile vissuto in Tua assenza. Sono uscita con Enrico, con Max e ancora con Luigi. Ognuno di loro mi conosce e sa. Per me, intimamente, sono amici. Per loro, standoli a sentire, davvero non saprei dire.

Enrico mi soggioga con il suo sorriso, ci sa fare e mi devasta la sensazione insistente e melliflua che è capace di adottare.

Max, non l’avrei mai detto, ma è cambiato, se penso a lui penso a un uomo che mi tocca nell’intimo, lasciandomi senza forze e incapace di farlo smettere. È che mi ha sorpreso, quel bastardo.

Luigi, ormai lo sai, è un porco, ma almeno lui si manifesta per ciò che è. Il problema, lo ammetto, è rispondere alla domanda, perché ci esco? Perché?

Mi fanno sentire protagonista?

Sono certa che non centrano i miei sentimenti, non centra la mia sottomissione. Sono un’amica, sono un’altra. Non ho dubbi. Allora, sarà vero, ho una doppia personalità?

Forse molteplice.

 

Ti racconto e sei incazzato. Non geloso, ma possessivo. Ed io mi chiedo se a volte, non faccia intenzionalmente di tutto per scatenare la bestia che c’è in Te. Dimmi lo faccio?

Lo voglio!

È un bisogno viscerale che mi ottunde la ragione.

Voglio Te, non ho dubbi su questo. Ti voglio al punto da mettere in pericolo il nostro rapporto. Purché l’energia che c’è, si ripeta, e sia un lampo imperioso che non giunga mai ad esaurimento.

Ti racconto, ma non riesco a dirTi quanto vorrei, non me lo permetti, mi dai uno schiaffo. Mi scaraventi sul letto. Gridi, e, malgrado tutto, sono i Tuoi occhi a darmi la speranza di un’ancora tra noi, lanciata molto lontano, per cui non basta mai una qualsivoglia onda per riuscire a spezzarla.

Il nostro rapporto è forte.

È il nostro.

Mi strattoni per un polso, mi storci un braccio, ed io non posso farne a meno, urlo, per il dolore. E per il desiderio.

Mi mordi furente vicino al collo, urlo ancora, il Tuo morso lascia il segno.

“Stai giù, puttana, mi fai schifo”, tagliano le Tue parole come infinite lame, oltre la pelle, dritte sul cuore.

“Stai giù, cagna, vuoi fare la troia… bene!” e mi colpisci, durissimo, da squarciarmi il fiato, con il cane. Ripetutamente. Finché la sofferenza non mi fa voltare, di scatto, ho paura, ma Te ne freghi. Forse, Ti sorprendi. Le mie mani tentano una difesa vana. Tu insisti. “Stai giù, troia!”

E sono Tua.

Non c’è resistenza che la mia mente davvero porga, la paura stessa è passeggera come per me lo sono le attenzioni futili degli altri. Degli altri uomini. Tutti.

Ed è per questo che tremo, singhiozzante, quando nemmeno una remora Ti sfiora a lasciarmi andare. Mi vuoi inginocchiare il cuore, vuoi la mia mente a pregare, vuoi il mio corpo a grondare sudore. E amore.

Ahhhhhhhhhhh……….., no, non così. Ti prego, Gabriel…”, ma Tu colpisci, con tanta forza che il cane si spezza contro la mia carne, lasciandomi muta, implorante, cieca d’occhi.

Nella stanza il sapore è del sangue, per me che non Ti ho mai visto così, lucido e freddo, così agghiacciante, la Tua aggressività mi induce a perdere i sensi.

Nooo, non è come pensi… davvero!” Ti guardo avvinta, perduta. Sento il peso imminente dell’abbandono, il pianto sommesso della bambina inerme. Lei è dentro di me. Tu sei sopra di lei.

Che pensi? Dimmelo!” Ti supplico, ma non c’è risposta, solo un grido ancora che mi piega a terra. “Sta giù, troia, non guardarmi!” mi spingi verso il pavimento, la pressione nella Tua mano è indice della Tua rabbia e del Tuo, nonostante tutto, controllo…

Ci sei, con me, lo sento.

Afferri senza che me lo aspetti, uno slapper, una doppia cinghia di cuoio e colpisci, colpisci, inesorabile. Mi insulti. Infierisci. Sordo ai miei scongiuri. E del mio dolore, mi accorgo, oltre la furia ne fai eccitazione. Perché è la Tua voce che cambia, forte, decisa, ma roca.

Padrone, sei la mia gelida passione, sei il mio disorientamento crudele. Padrone, per Te, non ho difese.

E lo slapper si abbatte ancora più duro, “hmmmmmmm…..”, il Tuo polso non attutisce il colpo, lasci che cada e mi schianti dentro. Mi squassi l’animo. Vuoi sentirmi gridare, vuoi la mia remissione di colpa. Sono annientata, preoccupata, temo oltre la razionalità di deluderTi, mi ecciterei abbandonando il controllo se Ti sapessi, in quel momento, ciononostante, a me vicino. Ma in quel momento, dubito. Temo di perderTi e mi svuoto. Vibro d’ansia e d’animale, istante per istante. Finché la Tua eccitazione non quieta la fame del Tuo rancore, finché l’aria che respiro smette di ruggire e mi spalanca, incede, faccia a faccia, dal Tuo suono gutturale, e capisco, ora vuoi la Tua troia. Vuoi me. La Tua troia, Tua. E non c’è regola che ci ravvicina con la stessa potenza.

Padrone, mi fai godere. Padrone, premi sul mio dolore, bevi le mie lacrime dagli occhi. Usa i miei capelli per asciugarTi.

Come una bestia ferita, mi tieni inginocchiata, prostrata, al lato del letto. Per un tempo che mi pare interminabile, che sento mi lega a Te, febbricitante, con l’esigenza di essere invasa. Cancellata. Sigillata, in un orgasmo montante e avido come un cucciolo.

In questa contraddizione emotiva, scossa ancora dal disagio, finalmente mi sento prendere tra le Tue braccia, sento la Tua voglia, e la mia bocca scivola. Sul Tuo sesso. Gonfio. Che adoro, come l’altare su cui immolarmi, nuda e grondante.

Passa un istante, nulla ha più importanza nella mia mente. Dopo la furia imperversata, mi scioglie la Tua lingua. Il Tuo cervello. Deliberatamente, mi fai impazzire. Ed entrano, con le Tue dita, a scuotermi, a scavarmi il fiato, a togliermelo, fino in fondo, una ad una, le palline della Tua geisha.

Schiava.

Con una vibrazione fissa, pretenziosa, affluente, finché per Te non godo. Ripetutamente.

Ripetutamente…

 

postato da: xrosemaryx alle ore 22:39 | link | commenti (26)
categorie: tua , schiava
domenica, 26 novembre 2006

 

 

Non aspettavo altro, avevi detto che ci saremmo di nuovo ritrovati, io davanti a Te, inginocchiata e pronta, e Tu dietro di me, il cane stretto in pugno, solo quando la mia figa avesse riacquistato il suo piumino.

Una richiesta insolita, la Tua, ché di solito tutti vogliono le labbra adeguatamente levigate e lucide. Ma Tu no.

Tu adori lisciarmi come un cucciolo, tirarmi via i peli con la mano, uno ad uno, così pianissimamente da strapparmi grida interminabili e piagnucolose. “Ti prego Gabriel, Padrone, Ti prego basta!”

Ma sono andata a fondo, il pelo ha continuato a crescere. Raso e nero come un feticcio.

Polvere di terra d’Africa tra due zolle ardenti.

Vedo desiderio nei Tuoi occhi, leggo l’insaziabilità del sole che spacca le pietre. Mi apri con le mani e fai rovina della carne, fino a che la voglia comincia a sgorgare copiosa tra le cosce. Quindi ari e scavi. Mi prepari a ogni fallo che sul momento valuti con il diritto di squassarmi, come Te, Padrone, possedendomi il ventre.

Falli turgidi, slarganti, fittizi, falli nervosi e fluidi tra le Tue mani.

Impensabile – per me – domare i miei singulti. Tu mi strazi. Mi colpisci in un guizzo inafferrabile sui glutei, con le mani, con il cane, alterni. Mi confondi. Grido o taccio, stordita ad ogni impatto. Perdo la nozione del tempo.

Fino a che una catena compie un doppio giro intorno alla mia vita. Progressivamente.

Nel mio sguardo la perplessità di non incontrare il Tuo, “Gabriel…”, gemo. L’estrema cura e dedizione dei Tuoi gesti innesca un desiderio che sconnette il mio pensiero. Nulla è più importante. Nulla più conta. Oltre Te e i giri di catena sul mio corpo. Rabbrividisco fino al profondo dell’anima. Il metallo è gelido, mi inarca inginocchiandomi di più.

Spasimo, rimango senza fiato.

Abbini la mia percezione sensoriale al Tuo desiderio, ed è un colpo, e poi un altro, e un altro ancora, sul mio culo. Nudo e in mostra. Sono colpi ravvicinati al punto che, una scossa elettrica mi incava violentemente la schiena e mi esplode nel cervello.

Perdo il giudizio in quel momento, mi assento e mugolo smarrita, pianto gli occhi oltre la finestra, sono sulle punte degli alberi. Ondeggiante, sfiorando l’azzurro.

Sei la mia musica Padrone, incontestabile.

Poi, proprio perché mi abbandoni per qualche secondo, sento la mia voglia che rasenta il limite. Mi blocchi le caviglie a una sbarra, sono cinquanta centimetri, mentre altre due aste di legno, collegate e lasche, mi vengono sellate rigidamente ai fianchi.

Resto così, divaricata e aperta. Piegata. Tutto il peso poggia sugli avambracci.

E uno conta puttana!”

“Ahhh…! Ti prego…”

“Non voglio sentirti! Conta…

“Ahhhhh… due…”, crollo, il colpo della canna si intaglia di netto, mi mozza il fiato. Obliqua, sento l’incandescenza in sovrimpressione, persiste oltre il mio affanno.

La mia pelle si gonfia, “ahhh… tre…”, come il respiro.

Sei duro. Non posso guardarTi il volto ma fisso ostinatamente tra le Tue gambe, laddove il cavallo dei pantaloni Ti disegna il sesso. Ti voglio. Voglio la Tua eccitazione. Ti voglio dentro di me.

Tu alterni finzione ed esili strisciate già dove brucia, strusci, sollevi e carezzi, mi batti da spremermi i sensi, dolore e sangue, linfa, si raggrumano insieme lasciandomi senz’armi.

Una sindone sudata di piacere.

Candidi ruscelli colano tra le gambe.

La mia mente ormai divaga, assoluta, decolla, “hummm… quattro…, cinque…”, la mia mente rapina al desiderio la sua quiete, mentre un vibratore dimena le mie viscere e Tu mi percuoti.

Chissà che ho pensato? Chissà se il mio pensiero è stato umido e violento come il Tuo tocco? In quell’attimo, nemmeno mi accorgo quando mi scivoli sotto e mi pianti il sesso in bocca. I miei lamenti mutano in mugolii soffocati. La mia lingua preme irrimediabilmente dispersa sul Tuo mare. E sono giri, e altri numeri, che le mie labbra compiono a contare, ancora e ancora, incatenata e invalida nelle gambe, costretta con il peso sulle braccia, con la faccia contro la Tua patta aperta.

Con la bocca spalancata e colma.

Mentre stringe, gelida, decisa, lacerante, la catena alle caviglie e in vita. Rinserra i movimenti. Mi stanca. Mi bagna. Vincola la mia bocca.

Mi blocca gli arti ma snoda la mia lingua.

Finché di nuovo non Ti allontani, mi carichi da dietro e mi strattoni per le sbarre e la catena. E affondi. Pesantemente.

Mi sganci nel vuoto come una bomba esplosiva. La mia voglia è la mia libertà. Il mio dolore che riprendi a sferrare, in alternanza, è pari agli attimi che allunghiamo di infinito al nostro piacere.

Tu mi svuoti e mi riempi. Ma mi rimane, lo sento, il fuoco che mi hai acceso a pelle.

 

 

postato da: xrosemaryx alle ore 18:46 | link | commenti (15)
categorie: tua , schiava
lunedì, 20 novembre 2006

 

 

La corda l’abbiamo comprata insieme, uscendo una domenica ed entrando in uno di quei rifornitissimi centri di bricolage che ormai si trovano ovunque. Rispetto a quella di tre metri, acquistata da sola, su Tua richiesta, questa è davvero della dimensione giusta, e ha il pregio di essere molto più flessibile.

Da allora, però, non hai ancora voluto utilizzarla, perché...? comincio a sentire il tempo come una spirale attorno al collo.

Sogno i segni che le Tue mani disegneranno su di me. Segni di riconoscimento Tuoi e miei. Segni di canapa bianca.

Mi hai avvisatoa delle foto che intenderai farmi, mentre gli spreaders mi terranno le gambe divaricate, piegate, all’altezza delle caviglie e delle ginocchia, mentre sarò spalancata e offerta, in attesa... Padrone in attesa di cosa?

Quest’indugiare sento che non passa, mi sta mettendo ansia, mi monta brividi sulla pelle… è che non so quando avrà fine… Stasera? Domani? O dopodomani ancora. Quando?

Padrone quest’attesa è la tortura più dura.

“Merito forse di essere punita?”

Sto pensando alle barre che abbiamo preso insieme quello stesso pomeriggio, non faccio altro che pensarci, mi chiedo dove preferirai fissarle, me lo domando e già sento che mi bagno. Padrone... la mia fighetta è traditrice.

Scherzando, quel giorno suggerii davanti alla finestra… ora mi chiedo, non starai pensando di esibirmi sulla strada? Lo faresti? Sento già le mie braccia che si tendono, meravigliosamente appesa, mentre a malapena tocco il pavimento con la punta dei piedi.

Padrone… è difficile dire cosa, tra il piacere e l’ansia, in questo tempo che accarezza senza posa, è difficile dire cosa sia più forte nel sentire... È difficile! Ma so che l’uno senza l’altro, la tensione senza il godimento, non mi darebbero lo stesso trasporto. Lo stesso volo…

Padrone, Tu decidi per me. Sei il filtro delle sensazioni che provo.

E in questo momento mi sento prigioniera di questo tempo inarrivabile. Vedo di fronte a me continuamente delle scene, le corde già fissate al letto. Le vedo pendere ai lati delle sponde e sai l’effetto che mi fanno.

Mi eccitano.

Mi mettono apprensione.

Padrone, non faccio altro che guardare quella canna lunghissima e flessuosa. E il cane... che ritto appoggia alla parete. I pochi colpi ricevuti quel pomeriggio, sulle cosce, li ho sentiti netti e diretti , vibranti attraverso la pelle, brucianti da lasciarmi muta… eravamo in mezzo alla gente…

Padrone sento la lusinga di quel legno, su quella verga vedo strette le Tue mani, mani calde, mani grandi, e di nuovo avverto l'intensità del taglio ad ogni battuta sulle cosce. Mi sento infiammare, gridare... Padrone, mi sento bella. Tua…

E Ti voglio.

Vedrai, mi piegherà il peso della catena che abbiamo scelto, mi farà male, vacillerò inferma sulle gambe, ma sarai orgoglioso, vedrai…

 

… e ora aspetto, ancora, finché Tu vuoi...

 

 

ma Ti voglio!

 

postato da: xrosemaryx alle ore 10:57 | link | commenti (16)
categorie: tua , schiava
lunedì, 13 novembre 2006

 

 

“Ti dispiace raccontarmi di nuovo tutto con maggiori dettagli?” mi domandi e già sento nella voce la Tua eccitazione.

“Be’, Luigi… è un gran porco”, abbasso lo sguardo mentre pronuncio queste parole, il sangue affluisce alle guance.

“Era molto eccitato, si eccita sempre quando parla con me. Capisci cosa voglio dire?”

“No…” mi schernisci.

“Be’… è ossessionato dal sesso, non porta mai le mutande lo sai? Dice che gli stringono troppo, si accarezza continuamente, obbliga gli altri a guardarlo, soprattutto le donne, insomma, mi vergogno a dirlo, ma ieri sera se l’è addirittura tirato fuori dai pantaloni, l’ho visto, e devi credermi, ma non è colpa mia…”

“Allora sei rimasta a guardare?” mi interrompi e lo sguardo Ti prende una piega maligna.

“Sì, io… mi sono stupita e non sono riuscita a dire nulla, così l’ho guardato, se lo teneva in mano, stretto nel pugno, si toccava molto lentamente, e mi osservava sai? Mi fissava senza parlare, ero basita, ma lui non si è certo lasciato scoraggiare, sorrideva, e tornava guardarselo, il cazzo, teneva la punta bagnata tra le dita, e faceva come per leccarsi con la mano, poi si è fermato, ha alzato il viso e ha detto - vedi come mi riduci, guardami, guardami soltanto, mi piace farmi guardare, voglio venire -, eravamo in macchina, ha piegato il sedile più indietro, si è sdraiato e ha preso a menarselo, io a quel punto ho reagito.”

Mentre racconto resti in silenzio, sei scocciato, lo vedo, ma sei anche eccitato, mi attiri e mi comprimi il corpo fra le gambe, con una mano mi stringi un seno di traverso procurandomi un male bastardo. Mi fai deliberatamente soffrire. Io grido. Sei seccato che chicchessia si sia permesso di trattarmi da troia, io sono la Tua troia, guai a chi osa, sei seccato ma Ti sfreghi contro di me. Sei eccitato. Mi vuoi…

“Vuoi dire che hai fatto la tua parte, troia…?” non rispondo, ho la gola secca. Con un mugolio sommesso muovo il capo e faccio un mezzo cenno di sì. Ti racconto come è andata…

La Tua reazione si alza istintiva, vuoi farmi male, vuoi farmi soffrire, quanto basta, lasciandomi dolorosi lividi sulla pelle perché io non pensi ad altro. Mi incanta e mi preoccupa il Tuo desiderio di possesso, senonché capisco che Ti piace, che il racconto Ti aizza il sangue. Lo sento. Mentre parlo il modo in cui mi tocchi è urgente, mi pretendi ubbidiente. E lo sono…

“Sei troppo troia”, sibili, e nel mentre mi strizzi i capezzoli ancora doloranti dopo gli ultimi giorni, me li torci con una violenza che mi fa strillare. “Zitta!” mi intimi, e io mugolo atterrita come un gatto.

“No… non è colpa mia…”, spiego o almeno ci provo, con una vocina innocente. Mi tormenti con le dita l’orlo degli slip, spingendo verso il basso, sollevandomi dal culo, mi esponi ancora meglio e mi schiaffeggi la figa. La mano dura.

“Ahhh… non ho colpa, Padrone è stato lui, non mi lasciava in pace, neanche mentre guidava, è un porco, quando non ho voluto toccarlo mi ha messo una mano sul braccio e ho creduto volesse costringermi, è un porco, Luigi, ma mi ha solo chiesto di continuare a guardarlo, voleva così tanto godere, e io non ho potuto farci niente, è che mi ha colta impreparata”, in un soffio sciorino tutto, e Tu mi mordi e mi mordi ancora, sui capezzoli, io urlo, in fiamme, mentre con un dito mi entri all’improvviso nel culo, supplicante, “fammi godere, Padrone, Ti prego” scongiuro, “davvero, non ce la faccio più, ne ho bisogno, Padrone…”.

“Lo sento troia”, mi rovesci supina e mi strizzi ancora il seno togliendomi il fiato, hai uno sguardo animale mentre mi spalanchi le cosce, inesorabilmente mi schiaffeggi il sesso serrando ancora una volta i denti sui capezzoli, mi schernisci e fai mostra del mio buchetto di servizio tenendomi le gambe decisamente aperte, ci raduni le dita e prima che io dica qualunque cosa forzi l’entrata e Ti spingi sul fondo. Io piagnucolo angosciosamente, Tu mi umili.

“È questo che vuoi?”, la Tua voce mi arriva severa… e calda, e insidiosa.

Mi sconvolge sentirmi usata. Mi fa impazzire al punto che lentamente con il mio ditino cerco di accarezzarmi la fighetta e di darmi sollievo. Ma Ti arrabbi.

Mi allontani le braccia e mi dai due schiaffi. Immediatamente ammutolisco per la contrizione. Mi penetri senza aspettare facendomi urlare, non badi a me ma Ti dai piacere. Continui a lungo e mi fai male, io Ti lascio fare, non mi importa, non ho dubbi che la Tua accortezza ci sia comunque. Il dolore già svanisce.

Ma non Ti basta, mi castighi ancora. Mi metti sottosopra e mi picchi sul culo, mi mortifichi, con i Tuoi colpi, mi picchi con determinazione mentre lancio lamenti acuti che Tu categoricamente zittisci. Mi contorco. Ti prometto che non riaccadrà più, ma sei inflessibile, mi blocchi le mani e torni a mordermi i seni, mi pizzichi le braccia, e le cosce, mi penetri ancora. Sarò livida penso, non mi dai sollievo, con vigore mi succhi la lingua, mi soffochi nonostante le grida fiacchino esauste.

Le mie proteste, insite e portate dall’ansia, non sono per niente credibili. Lo sai e mi obblighi a prenderTi ancora. Mi imponi di non lasciarmi godere…

Le lacrime salgono e cominciano a solcarmi le guance, di frustrazione, non posso evitarlo. Ringhio. Smanio. Arretro inoffensiva.

Sono il Tuo giocattolo. Tuo soltanto. Voluto.

“Lasciami”, gemo, implorandoTi invero di sfinirmi del tutto. “Fammi godere, Ti prego, Padrone…”, e deliziosamente mi muovo, Ti cerco, lentamente, e istantaneo ricevo il Tuo piacere. Il piacere che in un sussurro invece a me neghi, sfiancandomi… “tu no!” mi ordini in un rantolo.

E il bisogno di godere mi afferra impalandomi al dolore, mi trafigge e mi lascia tremante. Affamata a giacere. Rabbiosa. Sconfitta.

Tua…

 

 

 

postato da: xrosemaryx alle ore 11:06 | link | commenti (13)
categorie: tua , schiava
venerdì, 10 novembre 2006



Mi hai scritto da Madrid un paio di giorni fa, premettendomi per lettera di attenermi rigorosamente ad ogni Tua disposizione. La sensazione è arrivata subito in mezzo alle gambe, gli occhi leggevano freneticamente quali fossero gli ordini, semplici ma provocatoriamente pungenti.

Così stasera stessa ti scrivo ed eseguo…

 

La camera è completamente buia, ma suona in sottofondo una musica intensa – alcune note corte e acute, altre sottili e alte, alcune martellanti, altre come dei semplici sussurri. La luce tremolante della luna attraversa le persiane chiuse, deve essere poco dopo l’ora di cena, perché sento nell’aria un odore debole ma dolce di pomodoro in pentola che bolle.

Mi sdraio sul letto. In un angolo c’è l’imbracatura che mi hai chiesto di preparare. Idem, le mollette recuperate dal cassetto e la catena che le tiene unite. Ho sgomberato il letto dai cuscini e ho tolto ogni inutile risvolto. È rimasto solamente il nudo materasso, pronto ad accogliere il mio corpo. La testiera del letto, di ferro battuto, perfetta a imprigionarmi i polsi semmai volessi trasgredire agli ordini. Infine, io, appuntata sui tacchi più alti che ho trovato a disposizione, gli stivali neri per cui mi hai detto una volta “sembri proprio una troia”, soltanto perché ero priva di altro tra le lenzuola sfatte dal nostro fervore.

E brillano, come allora. Brilla la lucida pelle nera. Brilla come una pelle animale. Come la nostra.

Ripetutamente le Tue parole mi tornano in mente, “non puoi godere, voglio il tuo dolore fino al mio ritorno.” Le Tue parole mi vibrano dentro. Fanno Tue le mie mani e Tuo il mio desiderio infiammato.

Sono nel buio e sento dentro di me la segregazione.

Soffrirò in questa stanza, adesso, a questo penso. Mentre mi slaccio la camicetta e me la faccio scivolare giù dalle spalle. Mentre mi sfilo le mutandine e lascio che mi rimangano addosso solamente le calze e il cuoio delle calzature. Tocco i ferri che saranno il mio mestiere questa notte e ho voglia di Te, ingorda sorrido.

Ordinatamente, come se ogni gesto fosse l’essenza vera di un rito prendo la catenella  tremolante e la stendo su di me. Lascio che mi baci il corpo, a lungo, come un abbraccio sensuale. La mia mano ne segue il movimento. Sento il peso di ogni anello, il freddo persistente del metallo, e mi inarco, aprendomi le gambe e stringendo a me quell’armamento. Sento il pericolo della mia voglia che cedendo Ti tradisce.

Padrone, Tu hai legato la mia mente, la volontà respinge le mie braccia scese in mezzo alle gambe. Come se ci fossi Tu le metto sopra la testa. “Sta ferma così”, mi sento dire. “Non toccarti”, e serro con tutte le mie forze le mani alla ringhiera del letto. Ma il desiderio mi tocca lo stesso, la catena scivola dal ventre al centro alle cosce. Una danza indotta dal mio respiro che Ti cerca.

Padrone ho voglia.

“Non puoi”, ancora una volta mi sento dire. Le Tue parole non hanno trascurato alcun dettaglio della mia sottomissione. Ti fidi di me, sai che mi atterrò alla lettera alle Tue disposizioni. Se Ti deludessi questa volta, non pregherei la Tua indulgenza.

Improvvisamente sento qualcosa di freddo scivolare tra le labbra del sesso. La catena cade dal ventre e prende la strada del pube. Non ho modo di reagire, le braccia sono bloccate in alto, potrei muoverle ma sento che mi afferri e mi fai scattare qualcosa dentro. Il ferro della pinza mi ribella in contrazioni che non posso trattenere. Giro la testa di lato e intravedo al buio l’imbracatura che mi hai imposto. Tessuto stretto imbevuto del Tuo stesso sesso. Tessuto fasciante e solerte come il tormento cui mi ha posto, costretta al mio desiderio, crescente, impossibile da acquietare. Implosivo dentro.

Il legame attorno ai polsi improvvisamente si scioglie, sento il pianto salirmi agli occhi, dico a me stessa di calmarmi. Possibile che ho così paura di Te? Di deluderTi?

“Lo provochi Tu questo”, mi sento sussurrare, nella mia testa come se Tu mi parlassi. Il cuore mi martella in petto. Il gelo mi impregna di sudore freddo le gambe e dietro il collo. “Ho capito” dico, forse ad alta voce, parlo nel buio.

Padrone, Tu scavi dentro di me? Ti prego, dimmi, dimmi chi Ti parla nell’oscurità di questa stanza di notte convinta che mi senti?

Mi riprendo e afferro la fascia di tessuto nero, la indosso a stringere il sesso, la catena accuratamente allontanata. Serro le gambe, quella stretta si fa calda all’istante, penso alla Tua mano a farmi conca al desiderio e quasi vengo. Non posso scappare da quello che provo. Tendo ogni muscolo del corpo, fino a sentirmi le unghie segarmi i palmi. Ho ricacciato indietro un orgasmo. Mi scuoto sul letto. Forse ho emesso un grido. Il mio corpo brucia nel vuoto. Sono impotente, incatenata al mio bisogno, un’immagine involontaria mi si affaccia nella mente: una donna depredata del suo mondo psicologico, spogliata e resa un essere disperato. Ci penso e un’altra voce ancora, mi parla nella mente. “Mi costringi a togliermi tutti gli indumenti”, ti sto dicendo. “Mi bendi prima di interrogarmi. Prima di torturarmi. Mi leghi le braccia sopra la testa con gli avambracci sovrapposti, sto appesa a una sbarra issa troppo in alto. È tremendamente doloroso. Mi annodi un filo ad un capezzolo e poi tiri. Tiri. Un dolore lancinante nella carne. Un effetto straziante. Mentre con l’altra mano mi rilasci scariche elettriche a varie parti del corpo: seno, ventre, e pube liscio.” E in quel frangente, mentre ci penso, di nuovo sono sul punto di venire, mentre finalmente mi costringo a strizzarmi i seni nelle pinze, lasciando penzolare il peso dal bordo del letto.

Giro a ruota e trattengo il fiato.

Per diversi istanti sono sola nell’oscurità e nel vuoto.

“Lasciati andare”, mi supplica il piacere. “Non puoi!” mi pungola la Tua voce. Le mie cosce si spalancano, la fascia è agguantata più in profondo e la mia figa è imprigionata. Affannosa nella posa, schiaffo il viso contro la catena.

Il sapore del ferro in bocca. Avulsa da me stessa, rigiro tra le dita le mollette, le viti delle pinze. Il piacere mi tocca inclemente.

È il divieto che segrega il desiderio il vero dolore che mi incombe fino sfinirmi inerme.

Padrone, la Tua schiava Ti vuole disperatamente.

 

Quando la voglia è tale da mettere in pericolo il mio dovere, “non devo godere”, di colpo mi alzo dal letto, ma mi lascio l’imbracatura e la voglia chiusa. A tenermi umida dentro. Le mollette al seno ad acuminarmi il corpo. A farlo vivo in Tua attesa.

Padrone… adesso mi vesto ed esco, adesso, stanotte come mi hai chiesto ti vengo incontro, così… imbracata, dolente e cagna, al Tuo ritorno...

 

 

postato da: xrosemaryx alle ore 20:46 | link | commenti (13)
categorie: tua , schiava
domenica, 05 novembre 2006

 


Aspettavo di sentirmi chiamare di nuovo a Te. Appena rientrata a casa. Mi sentivo pronta ma come sempre intimorita. Ti sono venuta incontro con entusiasmo non appena me lo hai chiesto, lì dove mi volevi. Fronte al tavolo. Le gambe ritte e il corpo a squadra. In silenzio. In attesa di un Tuo gesto che rivelasse quanto si fossero scoperte le mie difese nel frattempo.

Ho accettato di buon grado di tirare su la gonna come mi chiedevi. Non ero preoccupata. Ma lo schiocco della cinghia ripiegata su se stessa, il pugno serrato delle Tue mani intorno al cuoio, mi hanno impedito di pensare ad altro. Mi hanno impedito completamente di pensare. Mi sono immobilizzata. La tensione separava la mia mente dal resto, il mio corpo reagiva in modo autonomo. Ero percezione viva. Ed è bastato nuovamente sentire nell’aria quello strumento rigido e flessibile, una, due volte, alle mie spalle, perché il respiro mi diventasse affanno e il mio sesso si irrorasse arrendevole.

Ero già grondante.

Eri su di me. Presente. Questo ha saputo rendermi incosciente. Allo stesso tempo così vigile.

Ho incollato i miei occhi al tavolo e ho atteso, trattenendo il fiato, raggelando per l’ansia che provavo. Ho udito i miei battiti fermarsi. Ai lati del collo. Alle tempie in ascolto. Invisibilmente la corsa del sangue mi temprava. Lungo la schiena. Nelle mie vene. Ero tesa. Ero eccitata.

Ero inquieta. La Tua farfalla presa in trappola. La Tua impercettibile ragnatela. Finissima. Fatale.

Ma il colpo è arrivato leggero e carezzevole, malgrado la mia tensione fosse al culmine. Le natiche hanno sussultato più per lo smarrimento che per il dolore. Nessuna forza hai impresso al colpo. Al primo. Al secondo. Per questo la Tua audacia mi ha sconcertato. Mi hai accesa e svuotata, impreparata da star male quando la cinghiata successiva ha sferzato l’aria rompendo il mio silenzio in un grido soffocato. Il mio corpo è entrato dappertutto in apprensione, e proprio mentre il mio cervello contrariamente registrava l’ansia scemare. Non mi hai lasciata indugiare. La mia consapevolezza si è dissolta all’improvviso. Mi hai colpita ancora. E ancora. Tempi brevissimi di assorbimento. E poi, per un tempo infinitamente lungo, ricordo solo un silenzio ovunque.

Né ti vedevo né ti sentivo. Restavi dietro di me. Immobile. L’aria come i nervi tesa a molla.

Non che il dolore fosse stato insopportabile, ma mi hai relegato dentro me stessa, sovraccaricata fino a farmi esplodere. Hai saputo godermi come un bene prezioso, senza dissipare niente di quanto il mio corpo lasciasse andare. In dono. Senza ritegno sono stata invasa dal calore.

Il momento in cui le sferzate successive hanno seguito, le mie istintive resistenze hanno radicalmente ceduto. La mia testa ragionava in modo nuovo. Forse non ragionava affatto. I miei sensi hanno preteso di esistere, reclamavano insistentemente.

Abbandono.

Il dolore è cresciuto esponenziale perseguitandomi i fianchi. I glutei. La porzione interna delle cosce. Laddove l’orlo nero delle autoreggenti mi lasciava dolorosamente esposta. Fintanto che, provocandomi, mi hai voluta divaricata e in ginocchio sopra una sedia, all’uopo situata lì in modo confacente.

Senza una parola, pochi e sufficienti limitati tocchi, le Tue mani addosso mi hanno messa in imbarazzo. Ingiustamente. Dopotutto, desideravo il mio Padrone. Ma la reazione è stata schietta. La mia riluttanza l’ho avvertita chiaramente mentre m’ispezionavi. Con una mano mi scendevi lungo il solco, tra le natiche arrossate e forse un po’ già viola, sei riuscito con difficoltà ha inserire una falange nel mio culo. Il disagio mi chiudeva, ero inviolabile. Ero sorpresa senza motivo, quando ho visto le Tue dita arrischiate dentro di me, calzate da un guanto bianco. Lattice scivoloso e asettico. Mi hai lasciata senza parole. Concentrata sulle mie sensazioni, che scappavano fuori abusando della mia ingenuità persistente, mi sono sentita umiliare. Perché non toccarmi direttamente?

Ribellione pretenziosa, sottopelle. Rifiuto della mia coscienza risvegliata ma ancora inerme. Soggezione macerante e infusa, ma al tempo stesso conciliante. Una lotta impari che mi praticava i sensi. Il mio corpo si è piegato ulteriormente, indipendentemente dall’istinto di repulsa e dai motivi di rivolta che mi risalivano il ventre fino in gola. Piacere alla sottomissione? O sottomissione del piacere?

Ho provato a sporgermi più indietro. Ho tratto potere dalla mia esibizione. Ho sentito di recuperare il controllo. Sconfitta la mia avversione, ho scoperto quale troia si celava dentro me. Il mio culo ha premuto solidamente contro la Tua patta controllata e chiusa, constatando dalla Tua erezione il piacere appena ricevuto.

Condiviso.

E a dissuadermi, dal prendermi il piacere che mi negavi, è stata la Tua arte. Ho sentito inaspettatamente la caduta in bellezza della cera accesa. Sulla mia carne viva. Ricettiva. Vibrante al tocco. Già provata.

Rossa.

Ho sentito arricciarsi su se stesso un grido muto. In quell’istante. Tale è stata la sorpresa. Un calore irradiante e in discesa. Magnifico. Sulla pelle bruciante. Un piacere generoso e ancor più grande, stavolta privo di riprovazione. Ma puro godimento. Avvolgente come un guanto. Caldissimo. Singolare. Dove la mia voglia non è fuggita un’altra volta, ma si è lasciata infilare. Di dita e lingua. A Tuo volere. Priva di sdegno, ero ammirata.

Mio Padrone!

Hai voluto che custodissi il mio piacere fra le cosce senza lasciarlo andare. Mi hai resa puttana e schiava al mio volere. Al Tuo. Lentamente.

Mi hai asservita ai Tuoi desideri senza pretendere di scoparmi. Mi hai prostrata a supplicarTi.

Hai preso tutto ciò che avevo da darTi, reclamando obbedienza cieca. Il mio imperativo è divenuto soddisfarTi.

Il mio corpo, incapace di ribellarsi, si è mostrato strumento a scaricare il Tuo esclusivo piacere. Fintanto che, il mio godimento succube si é nutrito del Tuo appagamento, del Tuo cazzo a scorrazzare in ogni mio anfratto bisognoso che si offriva e non conoscevo.

Padrone, Tu mi hai penetrata fin dentro l’anima.


postato da: xrosemaryx alle ore 15:05 | link | commenti (11)
categorie: tua , schiava
lunedì, 30 ottobre 2006



Quando ho smesso di parlare, Ti sei fermato a guardarmi. In modo strano. Particolarmente intenso. Come a voler lenire il senso delle parole appena dette, il tempo in cui Ti avevo esposto quali fossero i miei dubbi.

Ho parlato e riparlato, Tu non mi hai interrotto, trattenendo invece ognuna delle mie parole dentro la Tua testa, per capire, per trattenere me. Ti ho mostrato la mia insicurezza. Ti ho guardato supplicante, desideravo che facessi qualcosa, qualsiasi cosa. Sono sempre stata una testarda, un po’ insolente veramente, ma lo vedevo Ti divertiva il mio stato di bisogno.

Così mi hai presa a parte e hai cominciato a percorrere il mio corpo con la mano. E non appena Ti ho sentito, mentre terminavo quanto avessi da dirTi, mi è sembrato tutto così improvvisamente poco importante. L’ho capito da come mi guardavi, da come mi toccavi. Da quel Tuo starmi inesorabilmente dentro, così grande e saggio. Non sapevo più da dove mi nasceva il dubbio.

Ti ho osservato a lungo, non eri arrabbiato con me, semmai mi sorridevi.

Eravamo sopra il letto. Mi sono piegata in avanti e ho poggiato una guancia sul Tuo torace. Ti ho guardato. Tu mi hai sorriso di nuovo. Mi davi il permesso. Sono rimasta china sopra di Te, non ho osato baciarTi ma ho cominciato a strusciarmi. Mi muovevo molto lentamente, stringendomi a Te e piantandoTi i seni dentro il fianco. Desideravo che facessi qualcosa, sei sempre Tu a dirigere la situazione e tanto più in casi come questo, ma Tu non avevi fretta, non l’hai mai avuta per quanto che ci riguarda.

Rimanevi in attesa e mi esasperavi, mi torturava la consapevolezza di essere stata scocciante e al contempo di volerTi.

Non ho osato chiederTi cosa volessi che facessi. Ho continuato a comportarmi come una stupida, mi sentivo in colpa per i dubbi avuti prima.

Finché ho sentito il rumore inequivocabile di una cerniera. E poi hai preso la mia mano destra e l’hai messa intorno al Tuo sesso, l’hai scossa due o tre volte. Dopodiché ho continuato da sola. Eri duro e caldo.

“Fammi una sega” hai detto, con un tono stoico che mi acceso il volto.

Mi sono concentrata, per me da quel momento non è esistito altro. Ho impresso un ritmo alla mia mano, un ritmo lento e vario, ora sostituendo alla mia mano la mia bocca.

Ma mi hai redarguito, scaldando la voce, “solo la mano ho detto”, e così è stato tutto molto dolce, molto lento. Mi era scomparsa l’ansia iniziale e il mio sesso cominciava a aprirsi e a chiudersi da solo. Il mio sesso si è gonfiato, lo sentivo lucido.

Mi hai attirata verso di Te e in quel frangente ho perso l’equilibrio, la mia mano ha lasciato la sua presa. “Continua”, hai incalzato allora, ed era un ammonimento.

Ho impugnato di nuovo quel trofeo, e dalla base ho preso a risalire lentamente, molto lentamente, ogni tanto mi fermavo, di modo che tenevo il glande gonfio dentro il pugno, ci passavo sopra con il palmo liscio, poi con il pollice e infine tra questo e l’indice. Si bagnava e Ti stringevo un poco, compivo un anello e scendevo verso il basso, alla base di nuovo, per ricominciare tutto daccapo.

Ti piaceva, il Tuo sguardo lo vedevo allontanarsi, godevi del mio essere strumento al Tuo piacere. E mentre mi tenevi contro di Te, hai sfoderato per urgenza i miei capezzoli, li hai morsi, uno alla volta, hai stretto ai denti fino a farmi male.

E ho dovuto urlare.

Ho sentito il mio dolore venire su in salita e come d’impulso dentro il Tuo canale, Ti tenevo chiuso a pugno e godevo del Tuo godere.

Il mio desiderio è diventato insopportabile, persino molesto, eppure irrinunciabile.

Continuavo ad accarezzarTi piano e pregavo mentalmente che non smettessi di farmi male. Mi facevi godere.

Ma poi la pressione delle Tue mani mi ha abbandonata all’improvviso, mentre la Tua voce compiaciuta mi ha convocata sembrandomi lontana, ambigua, “vai a prendere un bicchiere…”

Ero sorpresa, non che non avessi capito ma non volevo capire.

Tu Ti sei fatto serio. Io ho continuato a muovere la mano. Tu mi fissavi divertito ma al contempo fermamente deciso.

“Vai a prendere un bicchiere” mi assillavi in tono tranquillo. Integerrimo.

Mi sono sentita intimorita e ho posto un’istintiva resistenza. Ma ho ceduto quasi subito, memore della discussione appena avuta. Poi, con un bicchiere in mano, mentre i piccoli rigonfiamenti delle vene nuovamente riempivano il mio palmo, ho iniziato goffamente a analizzare tutte le possibilità del caso.

Sentivo le impercettibili asperità della pelle rugosa, la punta che si mostrava al mio salire e scendere, diligentemente resa lucida da quello scivolare liquido, chiuso e metodico.

Quando sul punto di venire, “guardami”, hai sussurrato, gli occhi un po’ annebbiati, e ho visto quel bicchiere inghiottire con armoniose sorsate tutta la sostanza saporosa che andava estraendosi dal profondo di Te.

C’era un brillìo animale che Ti inabissava gli occhi. “Bevilo!” hai detto, senza proferire altro. E il mio ventre ha cominciato a fremere. Cercando di allentare la tensione ho confusamente riso. Tu eri imperturbabile. Io non riuscivo a sostenere quel silenzio in cui mi trascinavi. Mi sono avvicinata un poco, temporeggiando come un gatto, nel tentativo di ingraziarTi, sussurrandoTi qualcosa. Tu mi hai guardato e basta. Non c’era nessun obbligo, ma ho sentito perentorio l’invito a non deluderTi.

E inspiegabilmente il mio sguardo si è sottratto. Ho rifiutato.

E per quello stesso rifiuto mi ha trafitto un dolore sconfinato.